L’alta moda fugge dalla Capitale

By admin_ferrone | 16 marzo 2016

Nei saloni di Palazzo Mignanelli le macchine da cucire sono ferme. Sarti e artigiani che hanno impresso sulla stoffai sogni di Valentino aspettano gli ordini che nelle prossime settimane potrebbero derivare dalla sfilata di Parigi del 9 marzo, dove la griffe più prestigiosa della moda italiana, creata del 77enne Garavani, si è giocata il suo futuro.

«Se le vendite non andranno bene – rivela una fonte interna alla maison – per noi sarà difficilissimo».

Già nel 2009 il gruppo, ora di proprietà del fondo di private equity Permira, ha fatto ricorso alle ferie obbligate per esorcizzare l’ onta della cassa integrazione. Domani, se la nuova collezione non andrà come previsto, gli ammortizzatori sociali entreranno nel palazzo cinquecentesco di piazza di Spagna come fosse uno stabilimento industriale.

Dietro il passo falso di Valentino c’ è un virus che colpisce tutto il sistema moda di Roma e della Regione, costretto a sostituire la leggerezza dell’ estro con il pragmatismo dei numeri: in dieci anni i lavoratori laziali occupati nel tessile sono passati da 80 a 40mila; nel 2009 la cassa integrazione è cresciuta del 525%; il fatturato diminuito del 66% e gli ordini del 77.

L’ imperativo è bocche cucite come gli abiti rimasti invenduti nei magazzini perchè l’ immagine in questo mondo vale più di un ricco capitale azionario. Ma la realtà sfugge ai silenzi. Il gruppo Ferrè è avviato al concordato preventivo, un processo di fallimento guidato che lascia con il fiato sospeso i 170 laboratori sparsi su tutto il territorio laziale, molti dei quali vantano crediti per centinaia di migliaia di euro su abiti prodotti per conto della casa e mai venduti. Gattinoni e il suo presidente, Stefano Dominella (vicepresidente della Camera della Moda Italiana), sono riusciti a superare il momento più duro anche se gli atelier in via Toscana e via Veneto risentono fortemente della crisi e le produzioni restano ai minimi.

Come lui Brioni sconta la realtà di una sartoria ormai globale: il fatturato 2009 è bruscamente calato per la crisi del mercato americano, primo polmone di export per la casa di via Barberini che ha vestito Carlo d’ Inghilterra e George Bush. E c’ è anche chi ha detto addio a Roma e alla dolce vita: Fendi già da tempo è passata dalle mani delle cinque sorelle Anna, Carla, Ada, Franca e Paola, a quelle del francese Bernard Arnault, patron della holding del lusso LVMH.

Proprio Arnault, insieme all’ altro magnate transalpino François Pinault, è oggi il campione di una moda multinazionale. Lontano da Parigi, negli atelier di Roma e di Milano, la declinazione dello stile italiano ha preso altre vie e si è tradotta in un inganno tutelato dalla legge: è sufficiente che il 10% di un capo sia confezionato sul territorio nazionale perché possa esibire l’ etichetta di made in Italy. «Il rischio – spiega Sergio Leoni, segretario per il Tessile della Cgil di Roma e Lazio – è che l’ alta moda così come oggi la conosciamo sparisca. Per questo ci vogliono interventi decisi sulle grandi griffe come sul pret-à-porter ». Anche quando si scende ai negozi monomarca la situazione non cambia molto. List, una delle aziende storiche di Roma con il quartier generale sulla Tiburtina, vive da due anni con contratti di solidarietà e solo oggi vede la luce in fondo al tunnel.

Lo stesso è accaduto a Miss Sixty, controllata dal gruppo di Vicky Hassan che ha dovuto chiudere l’ ufficio stile di piazzale Flaminio, e al Calzificio Paladino, la centenaria fabbrica di calzini di Porta Maggiore sottoposta oggi alla cassa integrazione in deroga.

Migliore è la condizione dell’ Altra Moda dei fratelli Marco e Sandro Ferrone che ha risentito pesantemente della crisi ma ora ha fatto segnare all’ inizio dell’ anno un aumento delle vendite del 5% sull’ inizio 2009.A tutti servirebbe una soluzione cucita su misura: niente ago e filo stavolta ma chiedono a questo punto interventi straordinari di sostegno pubblico.